La Rappresentazione e la Media Education

La Rappresentazione e la Media Education
PSICOLOGIA, EDUCAZIONE E NUOVI MEDIA

05 novembre 2025

di Sara Passaro

Perché i Media "Costruiscono" la Realtà: La Rappresentazione al Centro della Media Education

Dalla "finestra trasparente" alla costruzione attiva dei significati: decodificare la rappresentazione per diventare cittadini consapevoli.

1. Introduzione: L'Illusione della Finestra Trasparente

Il concetto di rappresentazione è uno dei pilastri fondamentali, forse il più cruciale, su cui si fonda l'intero edificio della Media Education. Come afferma David Buckingham in "Media Education", l'assunto di base è che i media non offrono una "finestra trasparente sul mondo". Al contrario, forniscono canali attraverso i quali vengono comunicate "rappresentazioni e immagini del mondo". Essi non si limitano a presentare la realtà, ma la ri-presentano: la mediano, la selezionano, la inquadrano e la ricostruiscono.

Questo significa che ogni singolo prodotto mediale – che si tratti di un telegiornale, di un film, di una fotografia su Instagram o di un post su un social network – è una versione della realtà, non la realtà stessa. È il risultato di un processo di costruzione che implica scelte tecniche, narrative, economiche e ideologiche. L'obiettivo primario della Media Education è, di conseguenza, sviluppare negli studenti una comprensione critica di come queste rappresentazioni vengono costruite, dei linguaggi che utilizzano e dell'impatto che hanno sulla nostra percezione del mondo e di noi stessi.

Questa non è una mera questione accademica. Come sostiene Luciano Floridi ("La Quarta Rivoluzione"), viviamo ormai in una "Infosfera" ibrida, in un'esistenza "onlife" dove la distinzione tra reale e virtuale è collassata. In questo contesto, le rappresentazioni mediali non sono più "immagini del mondo" che osserviamo da fuori; esse sono il nostro mondo. Per l'"Umanità Mediale" (Ceretti, 2020), la cui esistenza si caratterizza come "mediale", decodificare la rappresentazione diventa un atto di sopravvivenza cognitiva e di igiene mentale, essenziale per non "subire" passivamente l'ambiente in cui siamo immersi.

2. I Principi Chiave: Come Funziona la Costruzione della Realtà

La comprensione critica della rappresentazione si basa su alcuni principi chiave che la Media Education, fin dalle sue origini, cerca di promuovere. Questi principi svelano la natura della mediazione.

1. I Media sono Costruzioni

Ogni messaggio è frutto di scelte selettive, tecniche e narrative. Nulla è "neutrale", nemmeno la foto più semplice. Ogni elemento è deciso, nulla è casuale.

2. I Media Costruiscono la Realtà

Non riflettono passivamente il mondo. Contribuiscono attivamente a modellare le nostre idee, i valori e la comprensione del mondo sociale (Buckingham, 2006).

Questi principi sono sempre stati validi, ma l'ambiente digitale li ha amplificati e trasformati. Come sottolinea Giuseppe Riva in "Fake News", una rappresentazione (vera o falsa che sia) acquista potere oggi non solo da chi la produce (la fonte), ma dalla sua capacità di proporsi come "fatto sociale situato". La sua "evidenza" non dipende più dall'aderenza ai fatti (post-verità), ma dalla sua circolazione e dalla convalida che riceve da una rete sociale. La "riprova sociale" – "se tanti lo condividono, allora è vero" – diventa il motore di validazione della rappresentazione.

3. Il Motore Invisibile: Economia e Ideologia

Buckingham insiste su un terzo principio chiave: le rappresentazioni hanno sempre implicazioni commerciali e ideologiche. Analizzare la rappresentazione significa, quindi, porsi domande scomode sul potere. Chi ha il potere di rappresentare chi? E perché sceglie di farlo in un certo modo? La risposta si trova quasi sempre nelle logiche economiche e ideologiche che finanziano e governano i media.

Sul fronte economico, i media mainstream non sono enti benefici; sono aziende che devono generare profitto. Questo ha due conseguenze dirette sulla rappresentazione. Primo, la struttura proprietaria (spesso oligopoli) favorisce rappresentazioni che non disturbano gli interessi economici dei conglomerati. Secondo, la maggior parte dei media si finanzia con la pubblicità. Il vero prodotto venduto non è il contenuto, ma l'attenzione del pubblico (audience) agli inserzionisti. Questo spinge a creare rappresentazioni (notizie, show) capaci di "massimizzare l'audience" in un dato target, privilegiando il sensazionalismo, la semplificazione e gli stereotipi familiari rispetto all'accuratezza o alla complessità.

Sul fronte ideologico, la rappresentazione è lo strumento principe della propaganda. La propaganda è, nella sua essenza, l'ingegneria della rappresentazione finalizzata a ottenere consenso. Non si tratta (solo) di mentire, ma di selezionare e inquadrare (framing) i fatti in modo da costruire una versione della realtà favorevole a un certo interesse. Tecniche come l'agenda setting (decidere di cosa si parla, escludendo il resto) o il framing (decidere come se ne parla) sono pure e semplici manipolazioni della rappresentazione. Nell'ambiente digitale, queste logiche sono amplificate. Le piattaforme, come analizza Riva, sono strutturate economicamente per massimizzare l'engagement. Poiché rabbia e paura generano più interazioni, gli algoritmi (senza un'intenzione ideologica) finiscono per favorire la circolazione di rappresentazioni polarizzanti e propagandistiche, incluse le fake news.

4. Decodifica: La "Cassetta degli Attrezzi" della Media Education

Per decodificare queste costruzioni complesse, la Media Education (Buckingham, 2006) fornisce una "cassetta degli attrezzi" critica che va oltre l'analisi del contenuto. Non basta chiedere "cosa" viene rappresentato, ma "come" e "perché".

1. Analisi dei Linguaggi

Ogni medium ha codici e convenzioni (la sua "grammatica e sintassi") che creano significato. Nel video, sono le inquadrature, il montaggio, il suono. Nella fotografia, la luce, l'angolazione, la didascalia. Nell'informazione, la titolazione o la struttura a "piramide rovesciata".

2. Decostruzione del Realismo

I media lavorano per dissimulare la loro natura di costrutto attraverso l'"effetto realtà" (Buckingham, Cap. 6). Usano convenzioni (es. la telecamera a mano, la "diretta") per apparire trasparenti. La ME deve "rendere estraneo il familiare", svelando l'artificio dietro ciò che appare "naturale".

3. Analisi degli Stereotipi

Gli stereotipi (Buckingham, Cap. 6) sono "scorciatoie" semantiche, rappresentazioni semplificate e standardizzate di gruppi sociali. L'analisi critica non si chiede solo se sono veri o falsi, ma chi ha il potere di rappresentare chi, e perché quella rappresentazione (spesso negativa o parziale) è funzionale a un interesse economico o ideologico (es. vendere prodotti, giustificare l'esclusione sociale).

4. Analisi del Pubblico

La Media Education (Buckingham, Cap. 7) ha superato il modello "inoculatorio" del pubblico passivo. Il pubblico negozia i significati. Ispirandosi a Stuart Hall, si analizzano le letture preferite (dominanti, quelle volute dal produttore), negoziate (accettate in parte) e oppositive (rifiutate). La rappresentazione è un campo di battaglia di significati, non un messaggio monolitico.

5. Dalla "Lettura" alla "Scrittura": La Pedagogia della Produzione

Tuttavia, la Media Education non si limita all'analisi critica, alla "lettura" dei media. Integra la decodifica con la "scrittura", ovvero la produzione consapevole. L'approccio dell'"imparare attraverso la pratica" (Buckingham, Cap. 4) è fondamentale per una comprensione profonda della rappresentazione.

Non basta dire agli studenti che il telegiornale è una costruzione; bisogna far loro creare un breve servizio. È solo nel momento in cui devono scegliere quali 10 secondi di intervista tenere e quali 2 minuti scartare, quale musica di sottofondo inserire e quale inquadratura usare per presentare un intervistato, che comprendono davvero, a un livello profondo e significativo (Novak), come la rappresentazione sia frutto di scelte che veicolano un punto di vista.

Come sottolinea Buckingham (Cap. 4), la produzione non è un fine, ma un mezzo. Il "bel video" non è l'obiettivo. L'obiettivo è il processo riflessivo che la produzione innesca. Il prodotto diventa "un punto di partenza per una riflessione", in un ciclo continuo di azione e riflessione. È questo ciclo che incarna l'apprendimento costruttivista: gli studenti agiscono (producono), riflettono sull'azione (perché questa scelta? quale effetto ha avuto?) e da questa riflessione generano nuova teoria e nuova comprensione, in un processo attivo che è l'esatto opposto dell'apprendimento meccanico. Questo approccio costruttivista e attivo è l'unico antidoto alla passività indotta dal modello trasmissivo.

6. La Produzione nell'Era delle Culture Partecipative

Nell'ambiente digitale contemporaneo, questo concetto di "produzione" si è ulteriormente evoluto. Come descritto da Henry Jenkins ("Culture Partecipative e Competenze Digitali"), non viviamo più in una cultura basata sulla semplice ricezione di rappresentazioni create da pochi (i broadcaster). Viviamo in una cultura partecipativa dove le barriere all'espressione sono crollate e le persone sono invitate a condividere, creare e rielaborare.

In questo contesto, la "produzione" mediale degli studenti non è più solo la creazione di contenuti originali (come un video "da zero"), ma si esprime attraverso pratiche collaborative e rielaborative tipiche delle nuove alfabetizzazioni:

  • Appropriazione: Il prendere e riutilizzare contenuti mediali esistenti (es. spezzoni di film, immagini).
  • Remix: L'arte di riassemblare contenuti diversi per creare un nuovo significato (es. meme, video-parodie, fan-fiction).
  • Performance: L'uso dei media per costruire e "mettere in scena" la propria identità.

Quest'ultimo punto, la performance, è cruciale. Nell'era di Instagram, la rappresentazione non è più solo qualcosa che "guardiamo" (la TV, un film), ma qualcosa che "facciamo" costantemente. La nostra identità oggi è una performance continua, una rappresentazione del sé curata e costruita. Questo si lega alla visione di Ceretti ("Umanità Mediale") dell'identità come "progetto". Attraverso queste pratiche, gli studenti (e i cittadini tutti) non si limitano a decodificare le rappresentazioni dominanti, ma le trasformano attivamente. Si inseriscono nel flusso comunicativo, lo deviano, lo commentano e lo arricchiscono. Questo processo li trasforma da semplici consumatori passivi di rappresentazioni a partecipanti attivi (prosumer), capaci di usare i linguaggi dei media per esprimere il proprio punto di vista.

7. Conclusione: Rappresentazione, Competenza e Cittadinanza Attiva

La comprensione critica della rappresentazione non è, quindi, una delle tante "materie" della Media Education. È la sua componente irrinunciabile, il cuore della Competenza Mediale. Riprendendo il modello a tre livelli di Celot, Franceschetti e Salamini ("Educare ai Nuovi Media"), l'analisi della rappresentazione è ciò che permette il salto dal Livello 1 (Accesso e Utilizzo) al Livello 2 (Comprensione Critica), ed è il prerequisito per il Livello 3 (Comunicazione e Partecipazione).

Sviluppare questa competenza oggi ha una valenza squisitamente politica. L'alfabetizzazione mediatica è un prerequisito per la democrazia. Educare alla rappresentazione significa fornire ai cittadini gli strumenti per decodificare la propaganda, riconoscere le manipolazioni e le parzialità (Riva, 2018), comprendere le dinamiche economiche e di potere che le generano e, infine, partecipare in modo maturo alla sfera pubblica.

È qui che la visione di Ceretti ("Umanità Mediale") e quella di Buckingham ("Manifesto") convergono. L'obiettivo non è solo creare spettatori più intelligenti, ma cittadini più attivi. Si tratta di trasformare la dimensione mediale da un'oscura presenza "subita" a un progetto consapevole e agito (Ceretti). Come conclude Buckingham, l'istruzione non deve solo "consentirci di comprendere e affrontare la realtà esistente"; deve anche "incoraggiarci a esplorare alternative diverse e a richiedere il cambiamento".

Decostruire la rappresentazione è il primo, fondamentale passo per acquisire la consapevolezza e gli strumenti necessari non solo per leggere il mondo, ma per provare a scriverne una versione migliore.

Bibliografia di Riferimento

  • Buckingham, D. (2006). Media Education: Alfabetizzazione, apprendimento e cultura contemporanea. Trento: Erickson.
  • Buckingham, D. (2020). Un manifesto per la media education. Milano: Mondadori Università.
  • Celot, P., Franceschetti, R., Salamini, E. (2018). Educare ai Nuovi Media. Percorsi di cittadinanza digitale per l'Educazione civica. Milano: Pearson.
  • Ceretti, M. (2020). Umanità mediale. Teoria sociale e prospettive educative.
  • Floridi, L. (2017). La quarta rivoluzione: Come l'infosfera sta trasformando il mondo. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Jenkins, H. (2006). Culture partecipative e competenze digitali.
  • Novak, J. D. (2001). Costruire mappe concettuali: Strategie e metodi per utilizzarle nella didattica. Trento: Erickson.
  • Riva, G. (2018). Fake news. Vivere e sopravvivere in un mondo post-verità. Bologna: il Mulino.
  • Appunti dalle lezioni di Educazione e Nuovi Media - UTIU - Università Telematica Internazionale Uninettuno. (2023).

© 2025 Sara Passaro. Tutti i diritti riservati.

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